Mons.
Carlo Chenis, oltre ad essere
l’amabilissimo
Vescovo della nostra comunità, è un
esperto di arte sacra. Già
all’inizio degli anni ’90 ha curato
pubblicazioni sui beni culturali
della Chiesa, ritenendo necessario
ricomporre le arti in un unico
sistema articolato e dinamico, così
come vuole la ritualità cristiana.
Sia nella sua attività accademica in
varie università, sia nei suoi ruoli
istituzionali nella Santa Sede e in
Organismi civili, ha promosso
convegni e mostre tematiche, ha
pubblicato numerosi articoli e
curato studi, ha seguito la
realizzazione di architetture e di
opere artistiche ordinate in
particolare al culto cristiano.
In base a quali elementi si può
definire un’opera d’arte sacra?
C’è da
premettere che il termine “sacro” va
riferito all’arte in quanto tale e
non solo all’arte che abitualmente
appelliamo “sacra”, perché
religiosa. Un’opera d’arte davvero
bella si separa e ci separa dal
banale, per cui diventa “sacra”,
cioè “separata”. In tal senso
sublima e purifica. Quando è
destinata al culto tale effetto
accompagna la scoperta della
presenza del divino, così che la
contemplazione estetica diventa
estasi mistica. Allora, un’opera è
sacralmente bella se il suo
splendore è sostanziale e non
apparente, così da emozionare per il
suo contenuto che ci riporta al
desiderio di un creazione
congiuntamente bella e buona, così
come l’ha inventata Dio e così come
dobbiamo viverla noi.
Nella nostra città quali sono le
opere di arte sacra che Lei ritiene
più interessanti?
Il tesoro di Civitavecchia è
sepolto in una sorta di nichilismo
estetico, provocato da una brutta
urbanistica. Ma il tesoro esiste,
così che la sua memoria deve
attizzare la nostra immaginazione.
Memoria dell’influenza etrusca,
delle vestigia romana, della
strutturazione medievale, della
compostezza rinascimentale, delle
evoluzioni barocche. Poi la rovina
bellica che ha causato l’eclissi del
bello. Permane, tuttavia, la forza
della gente e la bellezza delle
reliquie. Forte Michelangelo, la
Rocca, la Chiesa della Morte, i
viottoli affastellati nel centro
storico sono segno e stimolo per una
rinascita. E il mare! Che dire di
questo mare che ha generato
Civitavecchia nella sua vocazione
portuale? Perché non far
rispecchiare in esso una città
ordinata, il cui nitore ci rieduca
ad un maggiore senso civico e ad una
recuperata spiritualità cristiana?
L’impegno con la nostra diocesi
Le permetterà di portare avanti la
Sua attività
nell’ambito delle arti figurative?
Più che alle arti figurative il mio
interesse è andato ai beni
culturali. Questo perché sono
convinto che l’arte va recuperata
nella sua complessità di situazioni
e nel suo valore di bene. L’arte,
infatti, non è un investimento
commerciale o un prodotto singolo, è
un bene globale che rende più bella
la quotidianità. Se abbiamo a
disposizione una città più bella,
scuole più belle, ospedali più
belli, piazze più belle, cimiteri
più belli e perché non anche chiese
più belle, sapremo recuperare
serenità e impegno. Architettura e
arte sono la prima agenzia educativa
che, da una parte, mostrano il
livello di civiltà, dall’altra, lo
incrementano.
Lei ha già avuto esperienze, in
altre città, di allestimenti
teatrali di carattere
religioso?
In
questi anni si stanno riscoprendo le
drammatizzazioni sacre. Di tanto in
tanto ho partecipato con mio diletto
spirituale ad eventi di questo
genere. Soprattutto è stata la
Sardegna a procacciarmi tali
emozioni. Per quasi vent’anni ho
celebrato nel nuorese i riti della
settimana santa, dove melodie arcane
accompagnavano le mie meditazioni
dinanzi alle sacre rappresentazioni
sulla passione e morte di Cristo. Ne
derivavano riti commossi, in cui
tutti erano attori e oranti. Un vero
happening collettivo di buon profilo
tanto religioso quanto artistico.
Questa nostra “Via della Croce”
curata da Marcello Sambati si basa
su testi di Turoldo che so essere
tra i Suoi autori preferiti. Cosa ne
pensa di questo allestimento e quale
potrebbe essere la sua funzione?
Non posso se non plaudire
all’iniziativa che Tu hai promosso.
Essa conduce ad una riappropriazione
spirituale e collettiva della città.
Non più vie da percorrere per
spostarsi freneticamente o con noia
da una parte all’altra, ma vie in
cui incontrarsi per pregare con
diletto e con profitto. Obiettivo
che possiamo raggiungere insieme con
l’aiuto di una buona sceneggiatura
stigmatizzata dalla poesia mistica
di Turoldo e dal dramma sofferto
della quotidianità. Questo significa
meditare sulla Via Crucis di Gesù,
oltre che sulle nostre e altrui
croci! |