STORIA DELLA
PASTORELLA DI CIVITAVECCHIA
E CONTINUAZIONE DELLA SUA TRADIZIONE

Agli ultimi rintocchi della sera del
23 e dopo la mezzanotte del 24
dicembre, vigilia del Natale, le
strade cittadine, come vuole la
tradizione, sono percorse da gruppi
musicali per perpetuare il magico
rito delle “Pastorelle”.
Le note di Tu scendi dalla
stelle, Astro del ciel, Bianco
Natale, ecc. penetrano nelle
case attraverso le finestre aperte
allietando gli animi e suscitando
commozione. Già nel 1981, sul
quotidiano Il Tempo del 24 dicembre,
fu pubblicato un mio articolo che
raccontava fatti storici datati 1800
riguardo la presenza di zampognari
nella nostra città, provenienti
dai monti dell’Abruzzo e della
Ciociaria che, vestiti con
pittoreschi costumi suonavano
la zampogna e la “bifera” o piffero.
Secondo accurate ricerche, questo
tipo di nenie ha radici risalenti al
XII o XIII sec. Musicalmente
parlando, la “Pastorella” è una
composizione strumentale in tempo di
sei, nove e dodici ottavi; come dire
che c’è un andamento moderato con
note lunghe tenute nel basso ad
imitazione delle cornamuse.
Negli anni trenta, riproponendo il
suono pastorale nella notte tra il
23 e il 24 dicembre, alcuni amici
civitavecchiesi amanti delle
tradizioni e della musica, tra cui
Eolo Bonamano e Raffaele
Bartolozzi, si riunivano con i
propri strumenti e, percorrendo il
piccolo centro della città,
intonavano la melodia della
Pastorella.
Durante la forzata pausa del periodo
della seconda guerra mondiale, dal
1939 al 1944, la Pastorella fu solo
un ricordo per tutti i
civitavecchiesi. Nel dicembre del
1945, per l’amore della tradizione e
il desiderio quasi di esorcizzare le
paure, i dolori, le sofferenze e i
lutti della guerra, pochi amici di
quel gruppo sopra citato, con una
chitarra, un mandolino, un cembalo e
un violino, la notte tra il 23 ed il
24 portarono, con quelle dolci note,
un po' di calore e di commozione a
quanti avevano fatto ritorno dallo
sfollamento in una città ancora
piena di ruderi e macerie che
testimoniavano le sofferenze da poco
trascorse.
All’approssimarsi del Natale del
1946, Mario Bartolozzi, Luigi e
Cencio Bonamano, figli di quei
pastorellanti dell’anteguerra,
vollero continuare la tradizione,
per cui si diedero appuntamento in
casa di Mario, in Piazza Regina
Margherita. Per una fortunata
combinazione, fu chiesto anche a me
di far parte di questo gruppo che si
stava costituendo: accettai senza
esitazione. In quel tempo la città
era avvolta dal silenzio della
notte, le strade erano semibuie,
alcune appena rischiarate dalla
tenue luce delle lampadine accese
sotto un piatto di lamiera smaltata
appeso su due fili elettrici fermati
tra un fabbricato e
l’altro.
Dopo le prove generali, alle ore 23
dell’antivigilia, scendevamo nella
Piazza Regina Margherita, ci
disponevamo in ordine di strumenti e
poi, sempre a piedi, procedevamo
suonando la pastorella. Gli
strumenti erano i seguenti: pifferi,
violini, chitarre, triangolo e
cembalo. Fummo il solo gruppo,
nonché il primo, a portare
nuovamente l’aria del Natale
nelle case che man mano, sentendo
già da lontano il dolce suono dei
pifferi e dei violini, accendevano
le luci delle finestre, quasi ad
indicarci la strada come ai Re Magi.
Tutta la notte camminavamo
attraverso quella parte di città
rimasta dopo la distruzione dei vari
bombardamenti, ed il mattino verso
le ore 6.00, prima di concludere la
nottata andando a suonare alla Messa
delle 6,30 della chiesa del Ghetto,
facevamo tappa sotto la finestra di
chi aveva allietato, prima della
guerra, i vecchi civitavecchiesi:
Eolo Bonamano, che ci aspettava con
il suo contrabbasso appoggiato sulla
finestra al piano terra della
palazzina della Cassa di Risparmio,
in via Cencelle (ora corso
Centocelle) e, con una lampada da
scrivania appoggiata sulla soglia
della finestra illuminava il nostro
gruppo; in tale compatto e
silenzioso raccoglimento, da lui
guidati nel giusto tempo musicale,
davamo
vita alle melodiose note della
Pastorella.
Potrei dire che fu la nascita
della Tradizionale, anche se
tale nome fu poi adottato per
definire il gruppo durante le
manifestazioni che negli anni ‘60 il
Dr. Maurizio Busnengo,
Presidente dell’Azienda Autonoma di
Soggiorno e Turismo, organizzò
presso il Teatro Traiano la mattina
del 26 dicembre, S.Stefano, con
tutti i gruppi venutisi poi a
formare.
Ritornando al 1946, come ho già
detto, fummo i soli, mentre l’anno
successivo incontrammo, durante il
nostro percorso, la banda Puccini
con tutti i suoi ottoni, piatti e
grancassa.
Altra notizia importante: per poter
girare nella notte, era necessario
presentare molto per tempo, alla
Pubblica Sicurezza, una richiesta di
permesso, trascrivendo i nomi di
tutti i partecipanti. Negli anni
1954-60, poiché per motivi di
salute, alcuni dei componenti
principali furono costretti a
riguardarsi dai rigori notturni, il
gruppo subì un momento di crisi, ma
la mia volontà di non far
interrompere tale tradizione, che
aveva radici profonde legate ai
nostri fondatori (pur se nel
frattempo qualche altro gruppo si
era formato), mi spinse a cercare
tra i miei amici studenti
universitari qualcuno che avesse
conservato un po' di amore per la
tradizione locale.

Negli anni ‘60 il nostro gruppo
riprese vigore con il ritorno di
Giulio Cesare Gasparini che
portò con sé i musicisti del
complesso musicale di cui egli
stesso faceva parte. Per alcuni anni
parteciparono anche tre componenti
della banda municipale Puccini che
voglio ricordare con cara amicizia:
Pino Cannizzaro, Carlino Vergati
e .... La Rosa, con il loro
inseparabile clarino.
Molti episodi potrei raccontare,
quali aneddoti della mia esperienza
di vecchio pastorellaro; ma sarebbe
forse poco interessante per coloro
che non hanno potuto viverli con
noi, per cui li lascio nei miei
ricordi. Cosa molto importante,
necessaria da sapere, pur se già
detta in altre occasioni, è che la
vera notte della Pastorella è ormai
solo un bel ricordo per chi l’ha
assaporata e vissuta come me e penso
pochi altri, nel silenzio della
notte, accompagnati soltanto dal
vento e dalle gocce di pioggia che
di tanto in tanto, qualche anno, ci
bagnavano gli strumenti nelle nostre
camminate a piedi. Con il passare
degli anni, il progredire (o forse
il regredire) della civiltà,
l’illuminazione stradale, il
crescere delle auto, delle moto
durante la notte, nonché la presenza
dei telefoni cellulari, insomma il
consumismo, hanno fatalmente
inquinato quello che era il vero,
puro e santo significato della
tradizione della Notte Santa.
Prof. Massimo Borghetti
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